Genova | Uscire dalla crisi abitativa con una nuova idea di città e di comunità

Uscire dalla crisi abitativa con una nuova idea di città e di comunità L’abitare e i costi dell’abitare disegnano da tempo una domanda sociale che attraversa le città e i settori popolari del paese. Ma c’è una nuova questione sociale che chiama in causa l’impoverimento degli strati sociali più deboli, stretti tra lavoro povero e riduzione delle tutele del welfare e che si intreccia con le trasformazioni degli spazi urbani, i processi di gentrificazione, la contrazione dell’offerta degli affitti tradizionali e il pratico di un paese che impone una cittadinanza sulla base del censo, una discriminazione sociale e di classe che proliferare di quelli brevi, il degrado e l’obsolescenza dell’edilizia pubblica. Una vera e propria crisi abitativa ricezione turistica. Inoltre, viste le crescenti necessità di mobilità lavorativa che non trovano un’offerta di abitazioni a costi sostenibili, si sta generando un forte impedimento allo sviluppo dei sistemi locali del lavoro. Gli sfratti per morosità sono diventati ormai una piaga endemica per l’aumento vertiginoso del costo degli affitti che incide per oltre il 40% su uno stipendio medio e a cui si somma l’impennata dei prezzi dell’energia. Secondo l’Istat in Italia vi sono quasi 100.000 senza dimora e di questi il 50% è concentrato in sei città. una situazione che rischia di cancellare il diritto alla casa e all’abitare dal novero dei diritti esigibili, come quello alla salute, allo studio e al lavoro. Gli alloggi popolari sono insufficienti e quelli che ci sono versano in condizioni di assoluto degrado; non si trovano case in affitto a costi compatibili con i redditi, né stanze per gli studenti perché vengono drenate dal mercato degli affitti brevi turistici; stesso destino per gli studentati pubblici, già drammaticamente carenti, che il Governo, coi fondi del PNRR sta sostituendo con studentati privati destinati allauni italiani. Roma è in testa con il 23% e Genova al 5° posto con il 3%, cioè 3.000 homeless, molti dei quali giovani migranti utili all’economia della città ma discriminati da proprietari di casa e dai costi degli affitti. Dati ci fanno entrare nelle cronache delle grandi città occidentali a partire da Los Angeles, capitale mondiale dei senza tetto e del razzismo contro i poveri. Una questione sociale che obbliga una riflessione sul profilo democcostringe sempre più lavoratori, precari, giovani coppie, pensionati e poveri in generale a cercare soluzioni abitative sempre più in periferia, abbandonando i centri storici e la città consolidata nelle mani delle piattaforme, della ricezione alberghiera e della grande distribuzione commerciale. Una crisi abitativa generata dalla volontà di garantire libertà di manovra alla rendita immobiliare e finanziaria sempre più aggressiva che, attraverso il governo delle città e del modello di sviluppo urbano, decide delle nostre vite e del futuro che ci aspetta. Una prospettiva che ci mette di fronte a una domanda chiara: siamo certi che è questo il mondo che vogliamo? siamo sicuri che non ci siano alternative praticabili come ci viene continuamente ripetuto?

Come realtà nazionali e locali organizzate nel Social Forum dell’Abitare pensiamo che bisogna rimettere con urgenza nell’agenda politica del paese la necessità di nuove politiche abitative, adeguate alle necessità sociali. Per questo motivo abbiamo deciso di portare questa riflessione a Genova, con incontri e iniziative nel mese di Ottobre e le giornate conclusive del 7 e 8 Novembre, perché è una delle città che oggi che si sta confrontando con un modello urbano tanto aggressivo quanto fallimentare, con costi sociali altissimi in termini di condizioni di vita e di lavoro, di stravolgimento dei luoghi, di impoverimento delle politiche sociali, di persone sottoposte a provvedimenti di sfratto, di vite abbandonate in strada perché la casa non riescono a trovarla. Basta una spesa imprevista, magari per una necessità di cura, per scivolare fuori da un bilancio familiare ai minimi termini. Con effetti a catena anche per una pluralità di piccoli proprietari, per i quali spesso l’affitto di un’abitazione di proprietà rappresenta l’unica sicurezza di reddito. Per non 1 parlare delle difficoltà dei più giovani e ancora peggio, delle famiglie migranti e degli anziani soli, per i quali è veramente difficile non cadere nella morosità incolpevole. Sono più di 2 milioni le famiglie italiane in difficoltà abitativa. La media del 2023 è di 60 sfratti al giorno, di cui l’80 per cento per mancato pagamento dei canoni e ulteriori 74.000 richieste di esecuzione in sospeso. Perdere la casa significa scivolare in gironi della povertà ancora più feroci. Un dramma che solo l’impegno di Sindacati Inquilini e associazioni di Solidarietà riesce a limitare gli effetti, anche frapponendosi materialmente all’esecuzione dello sfratto. Una pratica che a Genova mobilita il Sunia, la Fiom, lo Spi-Cgil, Genova Solidale e i Comitati di Quartiere nel chiedere la convocazione di tavoli per la graduazione degli sfratti e l’istituzione di nuovi strumenti come l’Agenzia Sociale per la Casa per sostenere i cittadini nella ricerca di alloggi a costi accettabili. Misure che si rendono necessarie perché le case popolari che servono non si realizzano da decenni e spesso quelle che ci sono vengono lasciate vuote: sono almeno 70mila gli alloggi pubblici inutilizzati in tutto il paese – 2 mila solo a Genova, 12 mila a Milano – a fronte di una richiesta di case popolari che ha raggiunto ormai le 700mila domande. Invece di essere utilizzato e incrementato il patrimonio residenziale pubblico viene venduto, al punto che in Europa siamo tra le ultime posizioni in tema di case pubbliche, con appena il 3% sul totale delle abitazioni. Anche i cosiddetti “piani casa”, varati dagli ultimi governi sono andati in tutt’altra direzione rispetto a quella auspicata, accentuata da questo governo che ha cancellato anche il contributo all’affitto e il fondo per le morosità incolpevoli, ultimi parziali strumenti di welfare per fronteggiare l’emergenza. È evidente che la questione abitativa è stata derubricata dall’ambito dell’interesse generale a quello dell’interesse privato e speculativo, seguendo un modello di sfruttamento del territorio che ha fatto scuola trasformando la Liguria e Genova nel simbolo dei fenomeni di dissesto, alluvionali e franosi a causa di cementificazione, abusivismo e deforestazione. Un modello che adesso – con la complicità della classe politica e degli amministratori – condiziona le politiche territoriali ad uso e consumo della ricezione turistico e alberghiera; una “monocoltura” che acuisce la crisi dei settori economici tradizionali diffondendo gli effetti a tutto il tessuto urbano, cancellando progressivamente complessità e diversità, facendo scomparire i luoghi, i soggetti sociali, alimentando disuguaglianze e povertà. Nella realtà di Genova, la vicenda dello spazio sociale Buridda è l’ultimo esempio di questo processo: l’Università ha ottenuto lo sgombero di una realtà storica della città che in questi anni ha restituito senso sociale ad un immobile pubblico altrimenti inutilizzato, per realizzare uno studentato di 70 posti che costeranno 10,5 milioni di euro. Vale a dire 150 mila € a posto letto. Con 150 mila € si potevano pagare 300 mesi di affitto a 500 euro al mese, 25 anni di affitti. Ma il modello Genova vale per tutto il paese. Il “ripristino della legalità”, di cui tanto si parla, sta tutta in queste cifre, che hanno trasformato anche il concetto di rigenerazione urbana in un affare per i soliti noti. La stessa sensibilità dimostrata dal Governo Meloni con il decreto Piantedosi, che invece di porsi il problema di risolvere la crisi abitativa, si è posto quello di criminalizzare le proteste, mandando in carcere chi lotta per il diritto alla casa. E non solo chi protesta, ma anche chi solidarizza, allargando lo spettro dei reati ai picchetti operai e ai blocchi stradali, alla disobbedienza civile, fino allo sciopero della fame dei detenuti.

Abbiamo bisogno di una nuova idea di città e di relazioni sociali, di una concezione diversa dell’abitare incentrata sui diritti delle persone e delle comunità e non sull’interesse privato dei potentati economici. Abbiamo bisogno di una diversa gestione del bene pubblico, che metta al primo posto le esigenze della collettività. Abbiamo bisogno di riappropriarci della possibilità di decidere in quale città vogliamo vivere. Innanzitutto abbiamo bisogno di una nuova politica abitativa in grado di soddisfare le esigenze della città, assegnando gli alloggi esistenti e realizzandone altri, riconvertendo il patrimonio 2 abbandonato per fare case, servizi di accoglienza e di welfare. Così come vanno rigenerati i quartieri di edilizia residenziale, portando dignità, opportunità lavorative e inclusione sociale. Allo stesso modo abbiamo bisogno di contrastare gli effetti del caro affitti, sia con una moratoria degli sfratti che con azioni innovative di incontro tra la domanda e l’offerta abitativa e strumenti di welfare per sostenere le persone in difficoltà. È necessario regolamentare gli affitti brevi, decidendo il peso sopportabile socialmente e ambientalmente, per evitare che le città ne siano stravolte. L’alternativa alla crisi abitativa esiste. È una nuova idea di città che chiama i cittadini, le comunità, le associazioni, la cooperazione sociale, i forum, i movimenti, i sindacati a mettersi in cammino, condividendo percorsi e battaglie politiche, consapevoli – come ci ricordava Don Andrea Gallo – che “nessuno si salva da solo”, che serve una solidarietà attiva. Un concetto semplice, apparentemente banale, che contiene in sé i semi di quell’umanità che la nostra società sembra aver perso.

Social Forum dell’Abitare, Settembre ‘24

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